L'incanto della regia lirica

Andrea Cigni




Tra i più apprezzati registi d’opera di questi ultimi anni, Andrea Cigni ci offre una sua riflessione intorno al tema a cui è dedicato questo numero di Elephant&Castle. Pur muovendosi dal medesimo ambito di indagine e, nella sua personale esperienza, di creazione artistica che Jean Starobinski ha esplorato nel suo testo Les enchanteresses (Gallimard, 2005), Andrea Cigni ci invita tuttavia a rivolgere il nostro sguardo e la nostra attenzione verso un’altra dimensione del mondo del melodramma. Alle figure femminili che prestano corpo e voce alla scena si aggiunge qui una nuova incantatrice: la regia stessa dell’opera. Presenza solo apparentemente più eterea, perché essenziale nel creare la magia dello spettacolo.
Le considerazioni sulla regia e sul suo “mestiere” introducono un percorso tra le produzioni più significative di Andrea Cigni, accompagnandoci alla scoperta di alcuni quadri intimi o corali, che svelano le pulsioni o toccano le corde lievi e delicate dei sentimenti, tutti momenti in cui il potere incantatorio della messa in scena si dispiega nella sua meraviglia.

Francesca Pagani


Quando penso all’incanto penso alla regia lirica. Sicuramente perché per me rappresenta il fulcro di un percorso iniziato qualche lustro fa e che oggi si realizza, nel bene e nel male, in alcuni tra i più importanti teatri d’opera italiani ed europei. E oggi è questo che investe e occupa la quasi totalità della mia giornata, almeno come pensiero e tensione continui.
In realtà la prima ‘firma’ di una regia lirica è arrivata solo nel 2006, in Italia da giovanissimo direi, se consideriamo che ancora operano venerandi registi ultraottantenni, mentre all’estero sei già un nonnino del teatro, perché a una certa età ci si ritira per fare il vino o l’olio buoni o per scrivere saggi e biografie. Dicevamo, la prima regia: un allestimento di Andromeda Liberata di Antonio Vivaldi di cui riporto un’aria con scena [Video 1].
Da questo allestimento alla deriva della regia il passo è breve e la successione dei titoli allestiti si perde nel corso degli anni, con alcuni successi unanimi e altri lavori che hanno suscitato discussioni e anche qualche polemica. Una su tutti, la regia di Traviata di Verdi, con la scena delle zingarelle e dei toreri, non anticipo nulla e lascio parlare il video [Video 2].
Non cerco la provocazione per la provocazione. Cioè non mi interessa un discorso artistico che non tenga conto di un’idea guida e che non racconti un pensiero. E neanche cerco necessariamente un’attualizzazione di un’opera. Cerco di raccontare quello che ho in testa e quello che l’opera vuole significare secondo me. Sta qui l’atto creativo della regia lirica. Cercare il messaggio e interpretarlo secondo un punto di vista è quello che faccio. In questo lavoro devo essere seguito dagli interpreti e dalle masse, che devono credere in quello che viene loro proposto, sentirlo loro e riviverlo rendendo pratica una teoria, visibile l’invisibile.
La creazione di una regia passa dallo studio rigoroso dell’opera che si deve mettere in scena, rispettandone i ritmi, lo stile, la musica, i messaggi, la tradizione cui si riferisce, ed è frutto di un lungo lavoro di gavetta, che forse oggi i giovani registi hanno un po’ perso. Mi capita spesso di incrociare colleghi che arrivano alla regia lirica dopo aver fatto accademie o scuole di teatro, ma senza la base importante della gavetta di una volta, quella che ti insegna davvero un lavoro e che fa davvero la differenza nel nostro mestiere. Perché è un mestiere, né più né meno, e come tale deve essere appreso a bottega.
Fare regia oggi è conoscere e dare ragione alla macchina teatrale. Che merita rispetto, conoscenza e in un certo senso adorazione [Video 3].
Si possono pensare opere corali, piene di “gente”, la cui gestione è una questione di grande fermezza e controllo (pensare di avere anche cento persone in scena da muovere e far recitare è assai arduo) e si possono realizzare opere più intimistiche, con pochi personaggi, dove i singoli interpreti sono messi a dura prova con la loro bravura e la loro capacità di recitazione.
È il caso di Aida nella prima ipotesi, in cui meraviglia scenica e quantità di masse impiegate impressionano lo spettatore e rendono giustizia di una musica molto ricca [Video 4]. O di Medium di Menotti in cui l’horror e la tensione passano dalla bravura dei loro cantanti e attori anziché dalla meraviglia dell’impianto scenico [Video 5].
Per questo quando penso all’incanto penso alla regia lirica. Ha saputo incantarmi, rendere piena la mia vita professionale, culturale e per certi aspetti sentimentale. Perché la si ama come si ama una persona. Si devono usare molti linguaggi, molte strategie per conquistare un risultato, si fa molta fatica, si soffre e ci fa gioire. Ed è anche grazie a lei se il pubblico esplode in un lungo applauso per un interprete. Che in parte va anche a me, il regista [Video 6, Video 7].


Video 1: Vivaldi, “Aria di Perseo”,...

Video 2: Verdi, “Noi siamo zingarelle...

Video 3: “La macchina teatrale”, in...

Video 4: Verdi, “Guerra! Ritorna vinc...

Video 5: Menotti, “Fosti tu a toccarm...

Video 6: Gounod, “Pourquoi me la ...

Video 7: Donizetti, “Su questo se...