Editoriale

Paolo Cesaretti

DALL’ALTO
Strategie dello straniamento,
processi della trasformazione

 

Quante citazioni, quante immagini, dall’alto.
Negli Uccelli di Aristofane, tra cori sublimi e onomatopee che mimano echeggianti richiami (torotorotorotorotìx, torotorotorotorolililìx, totototototototototìnx, le arditezze foniche di Pascoli sono poca cosa al confronto), si fonda Nefelococcugia, la Dimora delle nubi e dei cuculi: una città ideale in alto opposta alla pur “esemplare” democrazia ateniese in basso, ed era il 414 avanti Cristo [Fig. 1].
Mezzo millennio dopo, la prosa di Luciano di Samosata (Una storia vera) descrive la vita dei seleniti sulla Luna per contestare da lassù l’idea che esista un Kosmos, un ordine, un senso quaggiù [Fig. 2]. E ancora sulla Luna, mirabile ricettacolo di ciò che sulla Terra è il Perduto, si recherà l’ariostesco Astolfo per recuperare il senno di Orlando [Fig. 3].
Per staccarsi decisamente dalla Terra e guardarla con altri occhi basta anche meno, ce lo ricordano certi eremiti dell’antico Cristianesimo d’Oriente, lieti di trascorrere la vita sugli alberi (erano detti dendriti). Un poco si riaffacciano nel Barone Rampante di Calvino, il cui protagonista vive sugli alberi e poi sparisce in cielo, in una rivisitazione illuministica dell’ascensione mistica: non lo rapisce il cocchio del profeta Elia, bensì una mongolfiera [Fig. 4].
E se avesse diritto di parola, che cosa ci direbbe il pericoloso batterio osservato al microscopio? Che qualcuno lo sta scrutando dall’alto, violando la sua intimità. Ma da oltre 500 anni questa intrusione ci ha portato significativi benefici, e poco ci curiamo della privacy microbica e batterica.

Un punto di osservazione dall’alto è offerto anche dall’emblema della nostra rivista, Elephant&Castle. Vediamo come, sdipanando una storia che sembra anche una filastrocca. Sì, perché il quartiere londinese Elephant&Castle, così denominato anche per la celebre stazione di metropolitana, porta il nome di una taverna, la quale a sua volta fu chiamata in base all’insegna di un fabbro coltellaio che, prima, vi aveva bottega. In effetti, l’antica gilda cui egli aderiva esponeva come suo stemma un elefante che trasportava un castello, a volte semplificato e stilizzato in una torre. La gilda si era forse ispirata a un simbolo aristocratico danese (del resto tra Danimarca e Inghilterra qualche legame c’è, Amleto insegna), e la semplificazione del castello in torre potrebbe avere a che vedere con il fatto che re Luigi IX di Francia (il Santo) aveva donato a re Enrico III d’Inghilterra un elefante per il suo zoo nella London Tower, nota anche come Torre Bianca [Fig. 5]. (Che i sovrani possano regalarsi elefanti lo ricordano anche i lettori del Viaggio dell’elefante di José Saramago).

Castello o torre che sia, inglese o danese che nasca, la struttura che insiste sul groppone del pachiderma replica l’howdah - più o meno elaborata - sulla quale ascendevano maragià e altri potenti indiani ora per le loro battute di caccia con gli elefanti, ora per le loro battaglie: attività per le quali risulta giovevole essere muniti di lame [Fig. 6]. Di qui l’insegna dell’antica gilda inglese. Tanto più pertinente perché manici di coltelli e impugnature di spada sono specialmente preziosi e graditi quanto più avorio usano, e quel materiale non si produce se non lavorando le zanne del mammifero cui va tutta la nostra empatia e simpatia.
Se poi qualcuno volesse implicare avorio anche in relazione alla torre sul dorso elefantiaco, che faccia. Purché ricordi che la torre d’avorio era all’epoca connessa con il biblico Cantico dei cantici (7,4 Collum tuum sicut turris eburnea), e con esso soltanto. L’applicazione dell’immagine (decontestualizzata dal collo) all’isolamento dell’artista nacque in età romantica, con un testo in versi del 1837 (per noi annus horribilis, ci morì Leopardi). In À M. Villemain dell’oggi negletto Sainte-Beuve compariva un poeta che comme en sa tour d’ivoire, avant midi, rentrait: Alfred de Vigny, anch’egli piuttosto trascurato.

Ma se c’è questo vigoroso elefante che incede e che trasporta una torre, ecco che Elephant&Castle può essere più di una sede o di un ‘sito’. Può essere il nostro formidabile mezzo di trasporto: howdah, castello, torre, sono liberi. C’è posto per noi, mammiferi minuscoli sulle spalle di un mammifero gigante che non vuole umiliarci con le sue scritture ma solo essere confortato con lavacri e banane, mentre ci consente di esplorare dall’alto, neppure fermi ma in movimento. Tra discipline e competenze diverse, per esempio. Anche tra mestieri diversi, tanto da invitarci a scoprire una segreta affinità con l’arte dei fabbri coltellai. Qualche poeta è stato pur elogiato come “miglior fabbro”, e l’affinità di lame e rasoi al logos e alla filosofia data da millenni.
Un indiano che la sapeva molto lunga, sulla poesia, sulla ragione e sugli elefanti, ebbe a dire: “Un cervello tutto logica è un coltello tutto lama: fa sanguinare la mano che l’adopera”. Se tutto è interdipendente, se non si dà separatezza, abbiamo speciale bisogno dell’alto – non per chiamarci fuori, osservando, bensì per trasformarci, per crescere, vedendo di più.

Che gli anni dell’Effimero dovessero passare, era scritto già nel nome; e anche dalla contaminazione del Trash bisogna lavarsi le mani, meglio se presto. A un bisogno di visione dall’alto forse presente anche anni addietro, ma solo di recente espresso con più consapevolezza anche ecologica, sembra corrispondere il successo planetario (ma non per questo necessariamente esecrabile)  degli album visivi e delle mostre di Yann Arthus-Bertrand, autore di apprezzate e anche famose immagini, fotografate dall’alto di elicotteri e mongolfiere allo scopo di Testimoniare la bellezza del mondo e tentare di proteggere la Terra. Quale che sia il suo soggetto - prodigio di foresta equatoriale [Fig. 7], coltivazione di datteri in Tunisia, stormo di fenicotteri presso il Lago Nakuru [Fig. 8], un qualsiasi porto industriale inquinato – l’autore consegue il suo scopo: la ripresa dall’alto fa sì che all’occhio del lettore-osservatore cadano le consuete barriere tra “naturale” e “culturale”, tra “civilizzato” e “organico”. La Terra appare un tappeto sapientemente tessuto, dove tutto è legato a tutto, dove “tutto si tiene” e insieme “tutto si minaccia”.

Lo sanno bene anche personaggi molto diversi: i teorici della guerra per esempio, che costruiscono le loro strategie in base a bombardamenti dall’alto, che richiedono investimenti infinitamente superiori a quelli dedicati invece alla salvaguardia degli stessi territori, giù in basso, per i quali le guerre si combattono. La violenza che discende dall’alto non ha la testa fra le nuvole ma i piedi ben posati per terra, opera ed è efficace anche grazie allo stesso strumento con il quale scrivo questo editoriale. E la “rete” cui Elephant&Castle si rivolge non nacque forse per applicazioni militari? — In effetti non esistono separatezze, solo consapevolezze. Guidiamo le nostre automobili ‘ecologiche’ venendo a nostra volta guidati da sistemi di orientamento satellitari, e mentre guidiamo raggiungendo la nostra destinazione con percezione di maggiore sicurezza e libertà, dimentichiamo che il nostro stesso percorso è osservato [Fig. 9]. Dall’alto.

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Non abbiamo scritto una premessa teorica ai contributi testuali che con generosità intellettuale gli autori hanno voluto offrire a questo numero di Elephant&Castle: non ne avevano bisogno, si giustificano da soli, e la ricca iconografia selezionata e organizzata da Sara Damiani li valorizza ancor più.
Non vi è successione obbligata in cui leggere questi scritti, anche se nelle prossime righe se ne suggerisce una possibile sequenza. A volte essi chiamano in causa lo sguardo dall’alto, lo osservano come parte esso stesso del paesaggio osservato; altre volte invece quello sguardo è oggettivato, considerato punto di vista assoluto, criterio di ordinamento del circostante. Alcuni saggi passano per i filtri di elaborazioni espressive, dalla letteratura al cinema alla fotografia; altri invece perseguono una prospettiva in qualche modo organicistica, che non teme di scavalcare invalse distinzioni disciplinari e anche di esplorare forme espressive nuove e coinvolgenti.

Il filosofo Riccardo Panattoni presenta con Io in prospettiva, ma dall’alto: una vertigine una sensibile quanto attenta interrogazione in merito al concetto stesso di visione dall’alto. Partendo dal celebre passo del lucreziano De rerum natura  in merito all’osservatore che da posizione sicura contempla lo scontro del mare con i venti, Panattoni mette in questione quella presunta e superiore separatezza, per delineare in sua vece un percorso che porti la “prospettiva dell’orizzontalità” e la “vertigine della verticalità” a “convivere all’interno dello stesso sguardo”.

Meno lontano di quanto potrebbe apparire è Lo sguardo rilocalizzato. Percorsi di ricerca antropologica tra Marocco, Tunisia, Yemen dell’arabista Paola Gandolfi, tanto più significativo alla luce dei cambiamenti sopravvenuti nel mondo arabo in questo anno 2011, che è poi il 1432 dell’egira. Ogni lavoro di ricerca, ogni travail de terrain è per l’esperienza dell’autrice un se déplacer, un se relocaliser, cui lo sguardo dall’alto ha conferito speciali vantaggi, anche a prezzo di rischio personale. Preziose le sono state quelle che Fatima Ternissi in un suo libro definisce Le terrazze proibite, luoghi elevati e separati dello scambio intergenerazionale e interpersonale dove si è agitato un nuovo concetto di libertà e di diritto individuale oggi rivendicato su larga scala. Paradosso antropologico prima che politico.

Ben diversi paradossi additano il filosofo Filippo Trasatti e il neurologo Massimo Filippi, che in Un’altra orbita ancora ci riportano all’autunno 1957, quando nell’ambito della contesa spaziale tra le superpotenze venne lanciata in orbita, rinchiusa nello Sputnik sovietico, la cagnetta Laika: il primo essere vivente nello spazio. Ecco allora che mentre Laika viene destinata “a morte certa”, la macchina della comunicazione “si preoccupa di lei, sempre indicata con diminutivi e vezzeggiativi”. Umanizzata “per meglio strumentalizzarla, Laika, trasformata in animale da laboratorio, ci mostra, dal fuori che ha raggiunto, che l’intero pianeta è un enorme laboratorio”. Gli autori sottolineano così che l’uscita dall’orbita terrestre può portare “in un’altra orbita ancora, dove la liberazione dalla natura e la liberazione della natura diventano indissociabili”.

Ancora all’epoca delle conquiste spaziali, e alle ricadute di ciò che accade nell’alto, ci riportano i due contributi successivi, delle angliste Tamara Manco e Francesca Guidotti.
In Il pianeta azzurro. Le fotografie della Terra vista dallo spazio Tamara Manco fa più che ricostruire la storia peraltro affascinante di due “icone del XX secolo”, rispettivamente la prima e la più bella fotografia della Terra scattate da uomini nello spazio, ovvero Earthrise (missione Apollo 8, dicembre 1968) e Blue Marble (missione Apollo 17, dicembre 1972). L’autrice collega infatti le due immagini con i movimenti libertari, specie ecologici, che ne fecero la loro bandiera: si disse del resto che il principale esito “dei viaggi spaziali non fu che gli uomini misero piede sulla Luna, ma che posarono gli occhi sulla Terra”. In particolare Blue Marble divenne, nelle parole di James Lovelock, il teorico di Gaia, “un’icona che finì poi per acquisire la stessa potenza della scimitarra o della croce”; e si accompagnò, come ogni icona, a una ‘rivelazione’, cioè la consapevolezza olistica dell’intera “Terra come pianeta vivo”.

Planet Earth is blue and there’s nothing I can do. Memorie dell’era spaziale è il titolo, che riprende un verso della canzone Space Oddity di David Bowie (1969), del contributo di Francesca Guidotti. L’autrice radica il suo scritto nella scelta strategica e politica del Regno Unito di “non aderire ad alcun programma finalizzato al volo umano nello spazio”, ritagliandosi una marginalità operativa che però “sembra aver contribuito all’esplicarsi di una maggiore libertà immaginativa” rispetto alle superpotenze spaziali (non sarà inopportuno ricordare che sia il teorico di Gaia  Lovelock sia lo scrittore che la battezzò così, William Golding, erano inglesi). In particolare la cultura britannica esprime sensibilità per la ricaduta umana, psicologica, delle avventure nell’alto e dall’alto: la studiosa ne coglie le tracce nella New Wave inglese, in J. G. Ballard e soprattutto in 2001 Odissea nello spazio (1968) frutto del lavoro congiunto del regista statunitense Stanley Kubrick con lo scrittore inglese  Arthur C. Clarke. 

Un altro film di Stanley Kubrick, Shining (1980), è ambientato in un remoto, isolato e montano Overlook Hotel che non manca di essere evocato, per la sua stupefacente polisemia, nel saggio Il cinema dal cielo. Inquadrature che ci (ri)guardano. Osserva lo storico del cinema Lorenzo Rossi che to overlook è sì un “guardare dall’alto” ma anche un “lasciarsi sfuggire” e infine un “trascurare” che si è proposto di rendere in italiano come “stravedere” - ciò che ben risponde alle visioni e alle allucinazioni di Jack Torrance e del figlio Danny nel film di Kubrick. Il saggio, ricco di riferimenti alla visione dell’alto in autori come Ford, Hitchcock, Antonioni e Tarkovskij, sottolinea che l’attitudine cinematografica a “stravedere” genera “modalità emozionali spesso capaci di generarsi proprio in virtù di queste particolarità mostrative”, esplorando anche gli esiti, singolari e quasi vertiginosi (direbbe Panattoni) cui giungono le foto e i cortometraggi di Olivo Barbieri.

Che questo “stravedere” riguardi molto da vicino i nostri comportamenti ce lo ricorda Azimut, il denso saggio che lo storico dell’arte e della fotografia Elio Grazioli dedica alla visione perpendicolare. Era forse in origine “il punto di vista riservato esclusivamente a Dio”, ma con il progressivo sviluppo delle tecniche fotografiche è passata da una iniziale funzionalizzazione a scopo cartografico a una sempre più forte accentuazione espressiva e individuale. Una galleria di immagini mirabili – dai tempi di Nadar ai recentissimi Gursky e Sandri attraverso eccellenze tra le quali Strand Rodčenko Moholy-Nagy Kertész Umbo Giacomelli – ma anche drammatiche, come quelle dei bombardamenti aerei, viene a incrociarsi sia con le possibilità tecniche del mezzo fotografico sia con il più ampio dibattito estetico-filosofico e pone in questione anche la risorsa preziosa e ambigua della veduta satellitare, “sistema di controllo” verticale degli apparati militari e polizieschi e al contempo orizzontale strumento ludico di mobilità e di accessibilità diffuse e comuni.

In continuità tematica con la verticalità dello sguardo divino, il saggio Un codice nascosto nella Divina Commedia della linguista Edi Minguzzi muove da una scena (e da una visuale) altissima e paradisiaca per seguire modi e geografie degli sguardi nel poema dantesco. Poiché, come nella Tabula smaragdina, “ciò che è in alto è come ciò che è in basso … per la meraviglia di una cosa unica”, e poiché “la struttura dell’opera poetica corrisponde alla struttura del cosmo”, l’autrice indaga “la facoltà precipua” del Paradiso – ovvero la vista: di necessità una vista dall’alto - mettendola a confronto con le sue accezioni e i suoi impieghi nelle altre due cantiche, giungendo a esiti di sorprendente coerenza nell’evidenziare un codice nascosto dell’opera basato sulla tradizione ermetica.

Dante raggiunge il Paradiso in una levitazione prodigiosa, incomprensibile se non la spiegasse Beatrice “ne l’etterne rote fissa con gli occhi”; Petrarca ascende il Monte Ventoso “spinto soltanto dal desiderio di visitare un luogo famoso per la sua altezza”. Nel suo Petrarca: dall’alto e oltre il “monte Ventoso”  la storica Elena Gritti ha buon gioco nel sottolineare il triplice moto concettuale del Petrarca, che nella Lettera familiare IV 1 “recupera l’antico, indaga in se stesso e rilegge i modelli della letteratura religiosa”, in un raffinato intarsio di allusioni (da Tito Livio ad Agostino alla vita di S. Antonio e altre ancora) puntualmente ripercorse e lumeggiate. Se il cielo oggetto dell’ascesa dantesca è epifania del Cosmo e profezia sul Tempo, il monte conquistato da Petrarca è pretesto per uno sguardo sulla Storia e per un monito su una dignità tutta umana.

In Vedersi dall’alto. Una battaglia nello Zibaldone di Giacomo Leopardi l’italianista Ivan Tassi fa più che proporci una selezione di passi rappresentativi della “poetica delle altezze” nel corpus leopardiano (tema condiviso con Goethe, Balzac e Stendhal, oltre che con la discussione estetica e filosofica tardosettecentesca sul Sublime). L’autore considera la leopardiana visione dall’alto come strumento di osservazione non solo e non tanto del circostante quanto del proprio io, ricorrendo soprattutto allo Zibaldone. La battaglia cui fa riferimento il titolo è quella dell’io-filosofo che “operando dall’alto smaschera l’orizzonte del dolore” contro un altro io (poco importa se giovane nutrito dall’illusione o uomo comune) nel quale agisce dal basso una legge antagonista e organicistica, sicché “l’uomo resta attonito di veder verificata nel caso proprio la regola generale”. Un superamento, o un completamento, della vertigine già evocata?

In tutt’altro universo ci conducono Tappeti volanti nei cieli di Mark Twain, dove l’anglista Marica Locatelli Preda, corroborata dai disegni di Charles Locke per l’edizione del 1925, ci invita a un nuovo apprezzamento del Viaggio in Paradiso di Mark Twain. A prima vista, sembrerebbe trattarsi di una rêverie letteraria di stampo lucianeo o di una palinodia del Paradiso dantesco, con “Cesare, Alessandro e Napoleone … inferiori” a “un’infinità di persone di cui non si è mai sentito parlare. Del tipo del calzolaio, del veterinario, dell’arrotino”, quasi prefigurando Spoon River. Adeguatamente lumeggiati gli interessi scientifici dello scrittore, scopriamo che l’alto Paradiso di Twain è influenzato dal basso anziché esserne separato, in una organicistica rispondenza cosmica che dà inattese velature al celebrato pessimismo umoristico dell’autore.

A tutt’altro orizzonte ci conduce la sinologa Lucia Barone in Shangai. Verticalità di una megalopoli d’Oriente, dove - evocando una consolidata tradizione di studi - legge la città come “luogo mentale”. Qui Shangai, posta in contrapposizione feconda a Pechino (verticalità modernità occidentalismo borghesia contro orizzontalità tradizione istituzioni) è scrutata attraverso l’opera letteraria di Mu Shiying, che la definì “Paradiso costruito sull’inferno”. La modernizzante verticalità espressa dai grattacieli, costruiti da imprese soprattutto americane, anziché elevazione implica “perversione” agli occhi dello scrittore che in Foxtrot di Shangai (1932) denunciò perdita identitaria e valoriale nel tempo stesso in cui la sua prosa celebrava con felici tocchi impressionistici le novità e le seduzioni di quella “perversione”.

A un’opera fortunata della produzione letteraria contemporanea volge la sua attenzione la studiosa dell’area ortodossa Vera Pacati nello scritto L’eredità di nonna Charlotte, dedicato al Testamento francese (1995) dello scrittore di origine russa, poi naturalizzato francese, Andrej Makine. Se nel contributo di Paola Gandolfi erano le terrazze proibite del Marocco, qui è un balcone, in particolare il balcone di una dimora che dà sulla steppa siberiana, il luogo magico e insieme il locus amoenus  dove “nonna Charlotte”, francese trasferitasi in Russia in età zarista, dischiude al nipote Alëša i tesori della sua memoria. Quel passato ‘mitico’ si trasforma per il fanciullo in un desiderio di futuro a Parigi, luogo insieme storico e mitico come la perduta Atlantide che ossessiona i suoi sogni. Anche qui, come nella lettera del Petrarca, troviamo un’altitudine che si affaccia, prima che sullo spazio, sul tempo; ma sulla nostalgia dell’evocazione classicistica prevale la promessa della trasformazione di un destino individuale.