Editoriale

Michela Gardini

Il frammento come metafora della modernità tematizza la questione cruciale della dissoluzione della rappresentazione intesa come totalità. La poetica settecentesca delle rovine, intrisa di nostalgia verso un passato di cui si conserva e si coltiva la memoria, nel corso dell’Ottocento si trasforma in un pervasivo quanto incolmabile manque, fonte di ispirazione poetica particolarmente diffusa nell’ambito del Romanticismo, come nel caso di Keats, analizzato da Marica Locatelli Preda, con riferimento al sonetto “On Seeing the Elgin Marbles”, interpretato come una riflessione sulla caducità della forma estetica, in opposizione alla concezione rinascimentale dell’arte che si voleva eterna. Nell’ambito del primo Romanticismo tedesco, con Novalis il frammento rimanda comunque sempre ad un’immagine ed un desiderio di totalità, a partire dal geroglifico egizio come sintesi visiva che, come dimostra Raul Calzoni, si fa strumento conoscitivo e tramite verso l’infinito. Ma nel corso dell’Ottocento la poetica del frammento diventa sempre più un atto autocelebrativo e senza memoria, con esiti cruciali come nel caso di Francis Poictevin, autore francese della fin de siècle che affida la propria scrittura ad una forma ateleologica, antinarrativa, impressionistica, per declinare la scissione del soggetto e l’impossibile ricomposizione del reale (Michela Gardini). In un processo desublimatorio, la rovina novecentesca cambierà nuovamente di senso per approdare ad uno scenario consegnato all’informe: diventa maceria, polvere, scarto, un frammento non più ricomponibile. Nel contesto dei critici sconvolgimenti politici della storia del Novecento, il frammento si offre come traccia dei traumi tanto della storia individuale che collettiva, come avviene nell’immaginario carcerario analizzato da Chiara Macchia relativamente all’esperienza di Alekos Panagulis, eroe della Resistenza greca che, chiuso in una cella nel carcere di Boiati per aver attentato alla vita del dittatore Papadopoulos, subisce la frammentazione nel proprio corpo, intesa come forma di violenza perpetrata dal potere, continuando tuttavia a scrivere lacerti di poesie su brandelli di garza o di carta. L’esperienza della prigionia come disfacimento fisico viene analizzata anche da Nicola Agliardi a commento dei testi che Céline scrisse durante la prigionia in Danimarca. La disgregazione fisica e psicologica prodotta dalla reclusione si riflette, in questo caso, anche sulla scrittura, che non appare più come la compensazione romantica alla perdita della libertà, bensì come essa stessa lacerata e irricomponibile. Ma, nella contemporaneità, la poetica del frammento si fa, inoltre, interprete di un radicale capovolgimento epistemico ed estetico, preludendo alle molteplici e variegate declinazioni dell’immaginario della frammentazione: dal corpo in pezzi messo in scena in Patchwork Girl, romanzo elettronico di prima generazione che Shelley Jackson realizza, prendendo spunto da una scena del Frankenstein, nel 1995 con l’ausilio del software Storyspace (Francesca Guidotti); alle tavole di Mnemosyne di Aby Warburg, come analizza Ricardo Pérez Martínez interpretando la tavola 58; al cinema di Jean-Luc Godard che nel 1962, con il lungometraggio Vivre sa vie, narra l’approdo di una ragazza parigina alla prostituzione, attraverso l’assemblaggio di dodici quadri, slegati tra loro, come commenta Katia Paronitti. Il frammento come unica modalità per accedere alla realtà e per rappresentarla è alla base dei tre romanzi di Giuseppe Culicchia Tutti giù per terra, Paso doble, Bla bla bla, costruiti per frammenti, secondo il procedimento del montaggio, come argomenta Manuela Spinelli. La valenza politica del frammento, inteso non più come mancanza bensì come risorsa, emerge dall’analisi che Lucia Avallone conduce delle letterature arabe a partire dagli anni Sessanta, in cui il frammento è eletto a immagine dell’esperienza umana, di contro alla visione mistificatrice degli anni Quaranta e Cinquanta che esaltavano una interpretazione unificatrice e progressista della realtà. La lettura condotta da Lucia Calello dell’opera di Salman Rushdie The Satanic Verses assegna al frammento una valenza positiva, considerandolo, nella prospettiva postmoderna e postcoloniale, come l’unica chiave di accesso per decifrare la complessità del mondo. Partendo dalla questione teorica dell’autoriflessività della letteratura quale emerge dal romanzo che A.S. Byatt scrisse nel 1999 intitolato Babel Tower, strutturalmente un romanzo frammentario proprio perché la narrazione è interrotta dall’inserimento di opere nell’opera, Beatrice Seligardi dimostra come la struttura frammentaria del romanzo svolga altresì una funzione politica, assurgendo ad elemento eversivo, di rottura rispetto al discorso dominante, perlopiù funzionale all’espressione di una nuova identità da parte del soggetto femminile.
La scrittura frammentaria, che sia letteraria, pittorica, musicale, teatrale, cinematografica, trova la propria ragione nella sperimentazione dell’incompiuto, nella sospensione del senso, nella continua messa in discussione delle forme, anche attraversando i generi, come mostra, infine, l’intervento di Corrado Confalonieri che consiste in una riflessione sul genere epico, nel tentativo di rinnovare lo sguardo teorico che tradizionalmente considera l’epica il genere per eccellenza della coesione testuale e contenutistica. Partendo dall’episodio tassiano di Olindo e Sofronia narrato nella Gerusalemme liberata, l’autore intende dimostrare che il genere epico non sia sempre da intendersi aprioristicamente come luogo di una narrazione in sé compiuta, bensì come sede che accoglie al suo interno fratture della totalità.