Editoriale

Arnaud Maillet; Andrea Zucchinali

A differenza dei paesi anglosassoni o della Francia, a titolo di esempio, il numero degli studi generali dedicati al collage in Italia è relativamente esiguo: alcuni importanti approfondimenti raccolti da Maria Mimita Lamberti e Maria Grazia Messina, in occasione della mostra torinese Collage-Collages (ottobre 2007 – gennaio 2008), costituiscono una delle rare eccezioni rispetto al sostanziale vuoto critico degli ultimi decenni. Questo numero di Elephant&Castle. Laboratorio dell’immaginario intende rappresentare il primo passo di un rinnovamento della ricerca, che possa prendere in considerazione tutta l’ampiezza, la complessità e l’attualità del collage, inteso come nozione, tecnica, pratica, processo, oggetto, opera, strumento, principio, paradigma per pensare alla modernità e al suo immaginario.
A più di un secolo dalla comparsa del collage come fenomeno estetico in seno alle avanguardie storiche, i tentativi di elaborare una definizione onnicomprensiva del collage risultano ancora estremamente complessi: si tratta, innanzitutto, di un procedimento tecnico, che consiste basicamente nel “prelevare un certo numero di elementi in opere, oggetti, messaggi già esistenti e nell’integrarli in una creazione nuova per produrre una totalità originale in cui si manifestano rotture di tipo diverso” (Groupe μ 1978), o piuttosto di un’operazione mentale, una pratica in grado di rispecchiare sul piano estetico un certo rapporto dell’uomo con la realtà, come sembra suggerire Lévi-Strauss quando definisce il collage “una trasposizione del ‘bricolage’ sul terreno dei fini contemplativi” (Lévi-Strauss 1962)? Inoltre, se il collage è ideologicamente legato a un mondo postmoderno, culturalmente misto, digitale, interconnesso, in realtà maschera il fatto che le società occidentali sono divise, eterogenee, neoliberiste: in questo contesto, come collocare l’idea del collage oggi, la sua attualità?
A partire dagli esordi del Novecento le avanguardie artistiche, affascinate da questa pratica in grado di indurre un corto-circuito nell’idea stessa di autorialità, sembrano elevare il collage a principio – Werner Spies, in riferimento all’opera di Max Ernst, evoca l’“esprit du collage” (Spies 1984). Questo principio comprende in sé diverse pratiche, come i papiers collés di Picasso e Braque, o i frammenti spillati dallo stesso Picasso, i papiers déchirés di Hans Arp, i fotomontaggi Dada, i collage surrealisti, ecc. Ma porta anche altre forme d'arte in dialogo, soprattutto nell'era del postmodernismo, con le tecnologie analogiche e digitali in un mondo di media e interconnessioni generalizzate, in rete o in linea. È inoltre necessario collegare, ma distinguere chiaramente, il collage con alcune pratiche correlate, come l'assemblaggio, la modifica, la cucitura, la citazione, il montaggio, l'ibridazione, l'innesto, solo per citarne alcuni. Nel corso del XX secolo, poi, il principio del collage ha oltrepassato i confini delle arti plastiche, per occupare un ruolo centrale nell’ambito di diverse discipline e forme creative, come la letteratura, la poesia, il cinema, la musica o l’architettura.
Questo numero di Elephant&Castle. Laboratorio dell’immaginario propone così, come oggetto di studio, la nozione di collage inteso come nodo all'incrocio dei diversi ambiti disciplinari, incoraggiando gli specialisti a presentare contributi che permettano di rinnovare la visione sul collage, offrendo corpus originali, nuovi ambiti di indagine, o ancora rinnovando a fondo l'approccio o la visione assunta dagli studi accademici dedicati al collage divenuti ormai classici.
Alessandra Vaccari dedica il suo saggio alla robe simultanée, l’opera/abito con cui Sonia Delaunay ha trasformato il collage in un’esperienza da indossare per riconcettualizzare il corpo e riconfigurare le relazioni tra moda, modernità e avanguardia artistica. Questo abito del 1913 è il primo esemplare di una serie di completi colorati, stravaganti e arlecchineschi disegnati da Delaunay per essere da lei stessa indossati in occasione delle serate di tango che organizzava al Bal Bullier di Parigi: il vestito è realizzato con la tecnica del patchwork, giustapponendo, per mezzo della cucitura, frammenti di tessuti e materiali per l’abbigliamento maschile e femminile, tra cui crêpe, raso, velluto, taffetà di seta, pelliccia e tessuti scuri di lana. Considerando la centralità del principio del collage nella pratica e nella teoria della moda, il contributo di Alessandra Vaccari si propone di dimostrare come l’abito di Delaunay agisca da mediatore tra intimità e spazio pubblico, trasponendo sulla sua superficie la relazione empatica, lo stretto contatto tra i corpi e la nuova idea di sessualità che il tango introduce nelle sale da ballo europee all’inizio del Novecento.
Rosanna Gangemi dedica una profonda analisi alla pratica del fotomontaggio di John Heartfield, fondata sull’idea che il principio della composizione classica, basata sul pezzo isolato, restituisce l'immagine univoca di un mondo perfetto, mentre quella dell'assemblaggio di parti eterogenee, a priori incompatibili, rivela le contraddizioni dell'esistente. Nel 1938 il filosofo Günther Anders dedica ai fotomontaggi di Heartfield un testo poco conosciuto, Sul fotomontaggio: il saggio di Rosanna Gangemi si propone principalmente di dare conto della lettura originale che Anders fa dei fotocollage militanti di Heartfield, definiti come veri e propri giudizi sul mondo. Sono scandagliati gli argomenti che fanno emergere ciò che vi è di profondamente nuovo nella sua pratica: le modalità di enunciazione che promuove, il ruolo che assegna al destinatario e il posto, necessariamente ambivalente, nel mondo dell'arte, fino al processo di concezione e diffusione frutto di certe dinamiche creative collettive, in particolare il contributo del fratello, Wieland Herzfelde, a cui si devono molti degli enunciati verbali che striano i pamphlet visivi di Heartifield.
Il saggio di Andrea Zucchinali si propone di mettere in luce il rapporto tra dimensione verbale e visuale nei collage di Max Ernst, considerati nelle loro diverse varianti. Vero e proprio autore-ponte tra l’esperienza Dada e il Surrealismo, Ernst sviluppa, a partire dall’immaginario bio-meccanomorfo peculiare dei fotomontaggi dadaisti, una tecnica combinatoria che rinnova profondamente la pratica del collage: a partire dai deflagranti collage fotografici esposti nella seminale esposizione del 1921 alla galleria Au Sans Pareil, l’articolo si propone di dimostrare l’influenza esercitata su Ernst dalla lettura, assidua fin dai tempi dei suoi studi universitari a Bonn, dei testi di Sigmund Freud, in particolare Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio (1905). In questo testo seminale, Freud apre la strada agli studi linguistici dell'inconscio e a un approccio psicoanalitico ai fenomeni estetici: nella descrizione delle dinamiche peculiari del motto di spirito – che, come nota lo stesso Freud, presentano forti analogie con i meccanismi del lavoro onirico analizzati nell’Interpretazione dei sogni – Zucchinali si propone di individuare una specifica influenza per le logiche di organizzazione del materiale, verbale e visuale, in opera nella pratica del collage ernstiano a cavallo degli anni Venti.
A partire dall’analisi dei testi di Guy Debord e Gil J. Wolman, e da un lavoro di ricerca d’archivio finalizzato a rintracciare le fonti delle citazioni originali, il saggio di Gabriel Ferreira Zacarias propone la tesi secondo la quale i situazionisti avrebbero identificato nella pratica del collage un “caso particolare” del détournement, annoverandola tra le più spinte forme di appropriazione. Nel suo testo, Zacarias mette inoltre in risalto, a partire dall’uso del collage, il rapporto profondo tra Surrealismo e Situazionismo.
Portando il focus della sua analisi sulla contemporaneità, il contributo di Andrea Pitozzi mette in evidenza le peculiarità della cosiddetta conceptual writing (Dworkin; Goldsmith), tra le pratiche compositive più sfruttate dagli esponenti della linea di scrittura sperimentale dai primi anni del ventunesimo secolo, in cui vi è il riuso di materiali – per lo più testi – già esistenti, selezionati, trattati e ricontestualizzati. Nelle rappresentazioni più radicali, simili modalità – grazie anche ai media contemporanei – incarnano ciò che il teorico e scrittore statunitense Kenneth Goldsmith definisce Uncreative Writing (2011). Pratica parzialmente esplorata già dalle avanguardie storiche, e influenzata in primis dai ready-made di Marcel Duchamp, l’applicazione di questa forma “non creativa” alla scrittura mette in moto interrogativi soprattutto su nozioni cardinali come quelle di originalità e autorialità.
In particolare, nel portare all’interno dell’orizzonte testuale le forme della cosiddetta “appropriation art”, questi scrittori sembrano aprire un nuovo spazio di negoziazione e di tensione teorica tra il collage, inteso nella dinamica di “prelevamento”, “integrazione”, “totalità originale” (Groupe μ), e una composizione fondata su modi affini, ma con differenze che incidono sulle modalità di fruizione.
A partire dall’analisi di testi prodotti nel sistema della conceptual writing, come, per esempio, Day (2003) o Capital (2015) di Kenneth Goldsmith – che apre a una riflessione sulla psicogeografia – e di simili opere di “uncreative writing”, si indagheranno gli scarti e le tensioni che mettono in relazione dialettica i modi appropriativi e quelli del collage, considerato anche nelle sue evoluzioni neoavanguardiste e sperimentaliste degli anni ‘60 e ‘70, soprattutto in ambito poetico e testuale (Détournement; Poesia visiva; Cut-up).
Infine, il saggio di Francesco Toniolo propone di ricercare la specifica forma del collage all’interno del medium videoludico e, soprattutto, delle differenti pratiche artistiche che derivano dai videogiochi, spesso rubricate sotto l’etichetta di “game art”. Il saggio viene introdotto da una rapida panoramica sulle differenti forme di riuso e ricombinazione che sono identificabili in questo ambito, e che risultano collocabili ai confini del collage. Si prosegue poi a un’analisi di scenario, finalizzata a identificare quali siano le effettive forme di collage individuabili nei videogiochi stessi. Il contributo, infine, si sofferma su un’analisi delle forme artistiche (tra cui i machinima) derivate dal videogioco che si basano su tale pratica. L’obiettivo è quello di offrire non solo una mappatura del collage videoludico, ma anche di mostrare come tale recupero possa costituire una chiave interpretativa di più ampia azione per queste pratiche liminalmente collocate tra fandom, attivismo e arte.

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