Editoriale

Greta Perletti

At the end of their days when they were very old and bowed
And living on their memories, outside the chapel door
Baucis who was leafy too watched Philemon sprouting leaves.
As tree-tops overgrew their smiles they called in unison
‘Goodbye, my dear’. Then the bark knitted and hid their lips.

Two trees are grafted together where their two bodies stood.

Michael Longley, Baucis & Philemon


Tra i miti ovidiani che il poeta irlandese Michael Longley sceglie di rivisitare compare anche quello di Filemone e Bauci, i due anziani coniugi che esprimono a Giove il desiderio di poter morire insieme. Ciò che il divino visitatore offre loro a ricompensa dell’ospitalità ricevuta nella loro modesta capanna – quando tutti gli altri abitanti della Frigia serravano le porte a lui e Mercurio, travestiti da mortali – è un dono prezioso, che porta morte e vita nuova: essi saranno trasformati in una creatura vegetale, quercia e tiglio insieme, due alberi innestati su un unico tronco. Mentre ritrae la fissità che decreta la fine della loro esistenza umana, Longley coglie anche l’energia vitale del passaggio ad altra forma: i sorrisi sopraffatti dal farsi chioma e foglia, la corteccia che si corruga e insieme intesse le maglie che cuciranno per sempre le loro parole, i due alberi uniti che, nell’immobilità, sono vita che riceverà l’omaggio riverente di coloro che hanno conosciuto questa storia. La metamorfosi costringe la forma – ogni forma – a misurarsi con la sfida del mutamento e della trasformazione, come riconosce Longley in un’intervista del 1998, in cui attribuisce al confronto con Ovidio il potere di una rivitalizzante messa in discussione delle rigidità delle proprie convinzioni sul fare poesia. Ed è così che la predilezione per la stasi, per una parola poetica che trattenga le cose in sospeso o in attesa, esibisce il fremito di mutamento che la percorre: “Se le cose sono calme o sospese, come dice lei, allora rischiano di ribaltarsi, rompersi, cambiare, non trova? Forse sono ossessionato da come le cose vanno e vengono, da come nulla dura” (Intervista di Peter McDonald a Michael Longley. Traduzione mia). L’abbraccio che stringe in un’unica mutata forma Filemone e Bauci è un atto di distruzione e insieme di creazione; esso tradisce la fragilità e al tempo stesso la potenza sottese alla forma in trasformazione. E proprio nella forma in trasformazione – declinata nelle sue complesse e ramificate espressioni e contraddizioni – si concentra la sfida raccolta da questo numero di Elephant and Castle, che presenta saggi, materiale iconografico e recensioni volti a esplorare le metamorfosi della natura.

La molteplicità delle forme della natura ha affascinato nei secoli poeti e naturalisti, artisti e filosofi, generando infiniti dibattiti e riflessioni sulla bellezza, la varietà e l’origine del mondo naturale. Ma è soprattutto nell’incessante mutare e trasformarsi della natura – nel suo instancabile divenire ‘altro’ – che l’immaginario trova un laboratorio ricco di suggestioni, capace di esprimersi e affascinare in luoghi e epoche assai diversi. Se è possibile ravvisare nella natura, secondo l’immagine di Goethe, un ‘labirinto di forme’, si tratta di un labirinto mutevole, percorso dall’instabilità e dalla tensione verso l’altro. E tuttavia, mentre la riflessione critica sulla metamorfosi tende a privilegiare le trasformazioni che coinvolgono il regno animale, il mondo vegetale rimane poco esplorato, decisamente marginale rispetto alla metamorfosi uomo/animale o uomo/macchina. Eppure miti e riscritture non mancano: oltre a Filemone e Bauci, Ovidio ci parla di Dafne e Narciso, e Virgilio ci narra di Polidoro, la cui trasformazione in arbusto ispirerà in modi diversi la fantasia creativa di Dante e Ariosto. Non solo, ma nella sua esplorazione delle strutture antropologiche dell’immaginario Gilbert Durand mostra che il simbolo vegetale viene spesso scelto esplicitamente come modello di metamorfosi: lo segnala la massiccia presenza, nel folklore e nella mitologia, del motivo della nascita di erbe, fiori e piante dalla morte di un sacrificato o di un eroe. Le trasformazioni del e nel regno vegetale ci offrono insomma una via d’accesso privilegiata e ancora poco percorsa per esplorare il fecondissimo connubio che lega, nell’immaginario, la natura e la metamorfosi. Un connubio dalle molteplici sfaccettature e potenzialità, come dimostrano l’ampiezza e la varietà dei contributi qui presentati.

Sono quattro le sezioni attorno a cui si articolano i saggi raccolti nel terzo numero di Elephant and Castle. Come per ogni storia che si rispetti, si comincia dal mito: e così, in Natura e mito la metamorfosi appare come l’espressione del volere (spesso della furibonda punizione) degli dei del mondo antico, ma è anche il nucleo simbolico che grazie alla potenza del mito continua a veicolare emozioni e significati nella modernità e nella contemporaneità. Leggiamo della vicenda di Glauco in Ovidio e Dante (Paolo Cesaretti); leggiamo di come erbe miracolose possano trasformare un uomo mosso dalla curiosità in un essere divino, o sfigurare una fanciulla in una creatura bestiale, vittima della passione del dio e della gelosia furiosa di una maga temibile; è un mondo che eccede la misura degli uomini, un ‘oltraggio’ che Dante rileggerà come cifra del superamento dei limiti umani e immortalerà nel celebre e potentissimo neologismo “trasumanar”. Ancora Ovidio, ma un’altra passione, altri amanti, un’altra punizione metamorfica sono al centro del mito-tropo di Clizia, la fanciulla-girasole innamorata del dio del sole (Gaia Locatelli). Creatura la cui forma esprime la tensione tra elementi contrastanti e in lotta tra loro (fissità e movimento, separazione e unione, permanenza e mutamento), Clizia assurge nella produzione poetica di Eugenio Montale a simbolo di autodistruzione e palingenesi, a medium che mette in comunicazione luce e oscurità, dimensione salvifica e abbacinamento, per poi offrirsi a un ulteriore rivolgimento nella rivisitazione del tropo compiuta dall’artista Anselm Kiefer. La mitologia classica offre anche alla letteratura russa del diciannovesimo e ventesimo secolo la figura dell’amadriade, la ninfa legata al destino del proprio albero (Alessandra Visinoni). La metamorfosi della donna in albero, celebrata da Gabriele D’Annunzio ne La pioggia nel pineto (“… non bianca / ma quasi fatta virente, / par da scorza tu esca”) o nel dipinto L’Aurora di Delvaux, è un aspetto di quella fusione tra uomo e natura che viene nel saggio esplorata in rapporto alla trattazione della simbologia della foresta e dello spirito dendrico in alcune opere di Cechov, Belyi, Esenin e Pasternak.

Nella sezione Seduzioni: lo spazio della natura, la metamorfosi è colta nella sua valenza incantatrice e ispiratrice di meraviglia. Lo spazio della natura diventa meraviglioso perché abitato dalla metamorfosi che trasforma le forme di regni diversi o perché si fa esso stesso metamorfosi, nel momento in cui il paesaggio naturale si tramuta in un paesaggio affettivo. Nello spazio della meraviglia delle Wunderkammern rinascimentali sono esibite e celebrate le inesauribili forme di una natura imprevedibile, che non cessa di stupire e affascinare (Elisabetta De Toni). Con effetto disorientante o, all’opposto, rassicurante (come nelle sorprendenti corrispondenze della ‘teoria delle firme’), la metamorfosi si profonde in ibridi, stranezze della natura, piante umanizzate e pietrificate, che sono raccolti in spazi che avvicinano la collezione al giardino delle meraviglie. Uno spazio della meraviglia è messo in scena anche nel trittico Il giardino delle delizie di Bosch, presentato attraverso la lente delle riflessioni della scrittrice e saggista Marina Warner (Marica Locatelli Preda). La metamorfosi vegetale rappresenta la celebrazione della mutabilità del corpo, che nel racconto Brìgit’s Cell di Warner viene declinato in una prospettiva di genere. Nella trasformazione della “Fanciulla dei Fiori” nella figura della donna-gufo la metamorfosi si fa istanza di punizione per un’infrazione di natura sessuale, che condanna il desiderio femminile allo spazio dell’isolamento, dell’oppressione e della morte. E se la camera delle meraviglie e il giardino delle delizie inscenano la seduzione dell’esuberanza (o il suo rovescio, come nell’avvizzimento della natura nella torre-prigione di Brìgit), nell’estetica romantica la natura viene evocata a espressione dei movimenti dell’animo, in uno spazio tutto interiore che trova la cifra della propria complessità nella simbologia metamorfica della rovina inserita nel paesaggio naturale (Elena Mazzoleni). Da monito per l’umana vanitas, la rovina si tramuta in simbolo potente e seduttivo dello sguardo interiore, che coglie l’interrelazione tra il mondo naturale e quello dell’azione dell’uomo esprimendo non solo una malinconica caducità ma anche, crucialmente, un invincibile desiderio di eternità.

I rapporti tra natura e estetica sono l’oggetto della terza sezione, Trasformazioni: le forme artistiche della natura, in cui i processi di crescita e metamorfosi che animano la natura divengono fonte di ispirazione per le forme dell’arte. Qui la metamorfosi non coinvolge regni diversi, ma avviene in seno alla natura stessa e alle sue forme: la teoria evolutiva di Darwin pone il problema della rappresentabilità di una natura che è colta nella dimensione dell’incessante mutamento delle sue forme, e dunque mette in crisi il paradigma della ‘bella forma’ celebrato dall’artista e critico d’arte John Ruskin (Greta Perletti). Se per Darwin l’arte non può eguagliare la grandiosità delle forme naturali, nel disegno che ha per oggetto la natura lo zoologo tedesco Ernst Haeckel riconosce invece una funzione pedagogica fondamentale: educare lo sguardo all’attenta osservazione che rivela la bellezza delle forme e dei colori del mondo naturale (Elena Canadelli). Lo studio degli organismi marini sfocia nella celebrazione estetica della simmetria e regolarità delle forme elementari della natura, che diventano fonte di ispirazione per l’arte e l’architettura non tanto negli esiti della natura naturata (la forma ‘formata’) quanto piuttosto nell’azione della natura naturans, il processo formativo e dinamico della trasformazione, letto (in un controverso sincretismo) alla luce della morfologia di Goethe e della teoria evolutiva di Darwin. Si tratta della medesima fascinazione esercitata sul pubblico di inizio Novecento dal cinema botanico, che grazie alla manipolazione tecnica delle categorie di tempo e spazio (attraverso time lapse e  ingrandimento) rende visibile e protagonista la metamorfosi vitale che innerva il mondo vegetale (Tamara Manco). Il cinema non fa che amplificare l’interesse per una natura che si percepisce come segnata dalla trasformazione e dall’instabilità delle forme, e che ispira con il dinamismo dei suoi processi di crescita gli artisti dell’Art Nouveau. I modelli organici della natura sono anche l’oggetto della riflessione di Walter Benjamin, che li definisce “formule di stile” in virtù della loro capacità di rendere conto dell’universo visibile e al contempo di formulare un rapporto nuovo tra “spazio corporeo” e “spazio immaginativo” nel contesto della visione “nell’epoca della riproducibilità tecnica” (Sara Damiani). Il saggio esplora le ricchissime rivisitazioni delle “icone” del mondo vegetale condotte nell’ambito della pubblicità, che si è ispirata sin dagli esordi alle trasformazioni della natura, configurandosi come un interessante strumento per l’individuazione delle tecniche di costruzione del visibile contemporaneo.

L’ultima sezione, Figure d’autore: natura e creatività, si sofferma sul significato della metamorfosi della natura nell’opera individuale di quattro artisti. Se il dato comune a questi artisti è l’interesse per una natura colta nelle sue luci e ombre, nei suoi aspetti vivificanti così come nelle sue contraddizioni, è soprattutto nella rappresentazione della metamorfosi della e nella natura che si attiva e si esprime nella maniera più potente e suggestiva il processo creativo. Laddove l’universo artistico di Max Ernst si esprime nella figurazione della foresta in divenire, fonte di ispirazione creativa nella metamorfosi che accosta e fa nascere elementi diversi e composizioni inusitate grazie alle tecniche del frottage e del grattage (Filippo Trasatti), il giardino come luogo di contaminazione è invece la dimensione dell’opera di Derek Jarman (Anna Viola Sborgi). Artificio e natura, alienazione e idillio pastorale, metallo e vegetazione si compenetrano in uno spazio in cui arte e vita si confondono, facendo della metamorfosi l’espressione di quell’intreccio tra corpo, natura e sessualità che è al centro della ricerca espressiva, oltre che di Jarman, di artisti come Ana Mendieta e Francesca Woodman. Per l’artista inglese Graham Sutherland, l’interesse per la natura e le sue trasformazioni si esprime nelle raffigurazioni di creature vegetali e animali, alberi caduti che si trasformano in altro, insetti ibridi e corpi ricoperti da grovigli di spine e vegetazione, a segnalare l’aspetto sinistro della metamorfosi in natura, che ospita non solo processi di crescita ma anche di decomposizione e aggressiva distruzione (Anita Zetti). Nelle video installazioni di Cristian Grossi, invece, la la metamorfosi della natura si offre come tendenza alla perfezione e alla purezza in un mondo in cui tutto è rumore e imperfezione (Chiara Macchia). Grazie alla trasformazione del disegno a china nell’arte grafica digitalizzata, in cui ogni curva si astrae in un modello matematico, le donne che germinano di Grossi riscrivono in chiave contemporanea e inusuale il tropo della fanciulla fiore, individuando nella trasformazione della donna in creatura vegetale uno spazio di astrazione formale che si configura come un momento di resistenza e creazione.

A completare l’esplorazione delle feconde potenzialità immaginarie dell’incontro tra natura e metamorfosi, il numero presenta una galleria di immagini (Chiara Gandelli), che raccoglie le suggestioni di alcune tra le più interessanti figurazioni visive del tema, e una sezione di recensioni. Qui trovano spazio le riflessioni sulla recente mostra allestita a Palazzo Reale a Milano e dedicata a Arcimboldo, certamente uno tra gli artisti che, come riconosceva Roland Barthes, hanno saputo immaginare in maniera originale e sorprendente la metamorfosi tra umano e vegetale (Valentina Bucci). Una metamorfosi che è stata recentemente messa in scena sui palcoscenici di tutto il mondo attraverso le suggestive coreografie dello spettacolo Bothanica della compagnia Momix, sotto la direzione artistica di Moses Pendleton (Gilda Marchesi). La sezione delle recensioni dedicata ai libri offre invece alcuni spunti di riflessione e approfondimento legati al tema del numero: dallo studio antropologico della metamorfosi condotto in L’alba del mito. Preistoria dell’immaginario antico (2010), di Gabriella Brusa Zappellini (Anna Signori) all’indagine delle implicazioni artistiche e filosofiche delle forme e icone della natura in trasformazione condotta in Elena Canadelli, Icone organiche. Estetica della natura in Karl Blossfeldt e Ernst Haeckel (2006) e in Federica Cislaghi, Goethe e Darwin. La filosofia delle forme viventi (2008) (Alexander di Bartolo), e ancora alla riflessione sull’immaginario botanico e il tropo della fanciulla in fiore nel romanzo inglese dell’Ottocento, nel testo di Amy M. King, Bloom: The Botanical Vernacular in the English Novel (2003) (Francesca Signorelli).