Editoriale

a cura di Sara Damiani; Massimiliano Fierro

È ancora possibile fare esperienza dell’11 settembre? È ancora possibile, cioè, rimettere in qualche modo in moto quell’archivio d’immagini o quelle poche e uniche sequenze anestetizzanti che le documentazioni mass-mediali dell’evento ci hanno fornito? E ancora, in che misura oggi, a distanza di dieci anni, la produzione artistica può rileggere quelle stesse modalità di trasmissione, cercando interpretazioni alternative o proponendo una diversa criticità dello sguardo?

Il presente numero di Elephant&Castle è il frutto di un laboratorio interno alla Scuola di Dottorato in Culture Umanistiche e Visive, che nel 2011 ha organizzato le proprie attività di studio attorno al tema seminariale Etica e politiche della rappresentazione. Al di là della ricorrenza decennale dell’attentato, la scelta di confrontarsi sull’11 settembre 2001 ha inteso riflettere sulle ripercussioni sociali dell’evento storico da un lato e le componenti immaginifiche che ne modulano la conoscenza dall’altro. Nello specifico, il criterio che ha orientato il nostro percorso critico all’interno delle realizzazioni culturali dedicate all’11 settembre è stato quello di verificare come il trauma dell’accaduto abbia trovato forma in parallelo o in opposizione a quelli che ora possono essere considerati i clichés raffigurativi proposti da televisioni e giornali.

Anziché limitarci a indagare le strategie rappresentative promosse dalla retorica dei media (e del potere) – dove l’immagine è sempre risultata in apparenza trasparente e immediata, sovrapponendosi perfettamente a ciò che era incaricata di mostrare –, abbiamo voluto rintracciare l’opacità delle forme artistiche alla ricerca di un “ritorno del Reale” (H. Foster) che rendesse conto della dimensione etica dell’avvenimento e ne riformulasse, o perlomeno mettesse in discussione, l’apparato narrativo-visivo ormai variamente consolidato nell’opinione pubblica.

Di qui, il laboratorio ha visto l’emersione di diiversi ordini di lettura e approccio che partono innanzitutto dall’urgenza di riconoscere le potenzialità ermeneutiche delle immagini dell’11 settembre, smascherandone i meccanismi di ripetizione ossessiva/ loop con cui i media le hanno consegnate alla memoria collettiva in un complesso intento destoricizzante (Tommaso Isabella) e scoprendole invece come depositi di significati aperti e ancora oggi in continuo rinnovamento (Lorenzo Rossi). In questa prospettiva, uno sguardo capace di costruire un confronto articolato con le macerie e il disastro si è imposto come la principale istanza etica da ricercare nei linguaggi estetici post 11/9, dall’arte contemporanea (Daniela Barcella) al cinema hollywodiano (Valentina Cucca) alle serie televisive (Lisa Tenderini), che esplorano in molteplici forme le contraddizioni di quel modello chiuso e inalterabile del potere occidentale simboleggiato dalle Torri Gemelle e, più in generale, dalla città di New York, luogo ‘fittizio’ per eccellenza.

La riflessione sull’attentato non ha potuto in effetti prescindere dagli spazi che ne hanno subito la violenza e al contempo tracciato la rete di connessioni politico-economiche alla base del suo accadere: dalla precisa griglia urbana e architettonica di New York, che chiama in causa regimi di organizzazione coercitiva, al Ground Zero, area differenziale del loro smascheramento (Filippo Trasatti). Lo stesso vuoto tra le Torri Gemelle, luogo impossibile dell’in-between e marchio esemplare di un’inabitabilità ostentata, si popola l’11 settembre di ‘uomini che cadono’, invocando nella tragedia l’impellenza di una sua ‘apertura’ – architettonica e non – allo scambio interpersonale e al ricordo (Anna Stefi).

La creazione di narrazioni di senso come strumento di opposizione sia all’evento distruttivo sia alla sua riduzione mediatica è stato il terzo aspetto preso in esame durante gli incontri laboratoriali. In particolare, l’analisi critica si è focalizzata su alcune opere ritenute testimonianze significative di quel processo di “contronarrazione” prospettato da Don DeLillo come unico modo per colmare il buco – l’assenza di persone, edifici, significati e spiegazioni – provocato dagli attacchi aerei: L’uomo che cade dello stesso DeLillo e The Reluctant Fundamentalist di Mohsin Hamid sono stati messi a confronto allo scopo di verificare alcune delle possibilità offerte dal discorso letterario per reagire alla contemporanea ‘inesperienza’ del reale (Beatrice Seligardi e Polina Shvanyukova), mentre il racconto 11 settembre 2001 di Vladimir Vladmeli, scrittore russo trapiantato in America che viene qui tradotto per la prima volta in italiano, è stato scelto come espressione delle ambigue reazioni emotive e civili che una simile vicenda può aver scatenato nei numerosi immigrati che vivono negli Stati Uniti (Alessandra Elisa Visinoni). Sul versante della poesia invece, la presa di coscienza dell’accaduto, in concomitanza con lo smantellamento dei codici banalizzanti che lo avvolgono, trova articolazione nel loop linguistico e ‘performativo’ di Manhattan spazio orale due, attraverso cui il poeta tedesco Thomas Kling intesse un profondo gioco di rimandi culturali volti a ‘ri-montare’ l’11 settembre secondo una rappresentazione stratificata e aperta che ne altera, fin da subito, i paradigmi standardizzati con cui tutti siamo stati messi a confronto (Guglielmo Gabbiadini).

Quello che si è cercato di fare senza alcuna pretesa di esaustività nel laboratorio in questione è dunque scardinare le forme note, e ormai stereotipate, dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle, per ricomporle secondo modalità di pensiero e di visione che tenessero conto di quei passaggi comunicativi tra etica ed estetica molto spesso mascherati, se non addirittura ignorati. Questa volontà di ‘ri-montaggio’ trova veste concreta nel video  It’s Hard to Be Down When You’re Up, realizzato da un gruppo di dottorandi con il preciso intento di risemantizzare lo “sguardo e l’evento” (M. Dinoi) dell’11 settembre 2001.