La rivoluzione francese attraverso le sue prigioni

Nicola Agliardi






Come è noto, sulla Rivoluzione francese esiste una bibliografia sterminata che descrive accuratamente le diverse fasi e i vari significati di un evento destinato a lasciare un segno indelebile nella storia dell'umanità. Ciò che vorrei provare a proporre in questo articolo è un nuovo percorso di lettura degli avvenimenti rivoluzionari attraverso il confronto tra due posizioni antitetiche e inconciliabili, partendo però da una prospettiva diversa, vale a dire dall'immaginario della reclusione e del carcere.

Si può dunque raccontare la storia della rivoluzione attraverso quella delle sue prigioni? La tesi sembra trovare un riscontro affermativo, tanto più se si considera che ogni fase dell'evento rivoluzionario può essere associata a un carcere o a più carceri nello specifico. Più dettagliatamente, la prima fase della rivoluzione (1789-1791), quella che gli storici definiscono monarchico-costituzionale o borghese, fu indissolubilmente legata alla Bastiglia la cui caduta segnò, anche dal punto di vista sociale e politico, l'avvio di quel rovesciamento dell'Ancien Régime e dell'autorità del sovrano, già realizzatosi giuridicamente con il giuramento della Pallacorda e con la nascita dell'Assemblea nazionale costituente il 9 luglio del 1789. Meno noto ma altrettanto significativo fu l'assalto ad un'altra prigione di Stato, la Saint-Lazare [fig.1], il 13 luglio del 1789, il giorno prima della caduta della Bastiglia. La seconda fase (1792-1793), quella che la storiografia definisce della rivoluzione popolare e della Repubblica, può essere raccontata attraverso le tragedie e i massacri che si verificarono nel settembre del 1792 in diverse carceri parigine, tra le quali l'Abbaye-aux-Bois, l'Hôtel des Carmes, la Prison de la Force, lo Châtelet e la Salpêtrière. In tale contesto, un grande rilievo ebbe anche la prigione del Tempio, dove fu incarcerata la famiglia reale, segno inequivocabile del completo annientamento del potere monarchico e della Costituzione del 1791. La terza fase (1793-1794), quella del Terrore giacobino, si espresse appieno attraverso il potenziamento del Tribunale rivoluzionario per ordine del quale furono arrestati e reclusi migliaia di sospettati. La Conciergerie e la Saint-Lazare, definite le anticamere della ghigliottina, furono sicuramente le prigioni che “accolsero” il maggior numero di condannati a morte, tra i quali l'ex regina Maria Antonietta e Charlotte Corday. La quarta fase (1794-1797), quella repubblicano-conservatrice del Direttorio, iniziò con la caduta di Robespierre e con la reazione termidoriana, a seguito della quale i club giacobini vennero chiusi e contro il movimento popolare e le sue organizzazioni furono scatenati la jeunesse dorée monarchica e i muscadins di Fréron. La caccia ai giacobini e ai sanculotti fu particolarmente spietata nel sud della Francia dove infuriò il Terrore bianco e, anche in questo caso, un carcere in particolare fu teatro di sanguinose vendette e stragi. Si tratta del forte Saint-Jean di Marsiglia dove il 5 giugno 1795 i monarchici massacrarono un centinaio di giacobini.

Per quanto riguarda gli eventi che si verificarono nelle prigioni durante il periodo rivoluzionario, di certo le ricostruzioni e le interpretazioni non mancano dal momento che questi avvenimenti hanno spesso assunto un forte valore simbolico o persino catartico.

Il dibattito sul ruolo e sul significato da attribuire alla caduta della prigione borbonica, ad esempio, si è riacceso recentemente e polemicamente in Francia a causa della pubblicazione di un'opera revisionista, di ispirazione cattolica e ultra-conservatrice, intitolata Le Livre Noir de la Révolution Française (2008). Il testo, spesso privo di fondamenti scientifici, ha goduto tuttavia di una grande diffusione e ha ottenuto un enorme successo di vendite, suscitando lo sdegno e le dure critiche di molti intellettuali francesi e di seri studiosi della Rivoluzione, tra cui Michel Vovelle, esponente della terza generazione della cosiddetta école classique ou jacobino-marxiste ed erede delle posizioni di Georges Lefebvre e Albert Soboul.

Lo scopo degli autori e degli “storici” che hanno partecipato alla stesura del Livre Noir, sotto la supervisione del frate domenicano Renaud Escande, è quello di dimostrare che con gli avvenimenti del 14 luglio 1789 vengono definitivamente annientati i valori positivi ed edificanti dell'ordine e della gerarchia tipici del Medioevo e dell'Ancien Régime. Secondo Escande, la presa della Bastiglia [fig.2] rappresenta la genesi di un nuovo mondo e di una nuova epoca in cui trionfano i disvalori egualitari che porteranno poi l’Occidente a sprofondare nel baratro dei totalitarismi e della società criminale.

L'assalto alla fortezza borbonica, che la storiografia classica presenta come spontaneo e apocalittico, viene ridimensionato, e non poco, nell'opera del frate domenicano. La sua caduta viene spogliata di qualunque ulteriore significato e ridotta a un’azione essenzialmente dimostrativa da parte di una folla di esaltati, per lo più pilotata e sobillata dai capi e dai maestri delle logge massoniche, tra i quali spicca il duca d'Orléans, cugino del re. A proposito del valore da attribuire alla presa della Bastiglia, Jean Pierre e Isabelle Brancourt, autori del secondo saggio contenuto nel libro e intitolato Le 14 Juillet 1789: spontanéité avec préméditation, scrivono:

[…] contrariamente alla leggenda che è stata tenacemente propagandata, la Bastiglia non è stata presa d'assalto dai rivoltosi ma si è arresa spontaneamente. I libri scolastici e le enciclopedie hanno propinato e propinano incessantemente le immagini di un popolo vigoroso e coraggioso che, grazie al proprio ardore patriottico, fa cadere una delle più potenti fortezze medievali. (Escande 2008: 28, traduzione mia)

Polemizzando aspramente con lo storico Jacques Godechot, che nel saggio La Prise de la Bastille (1965) esalta gli avvenimenti del 14 luglio 1789 come la conseguenza degli ideali di eguaglianza e di libertà trasmessi dall'Illuminismo, i Brancourt, al fine di dimostrare invece come l'assalto alla fortezza segni l'inizio di una rivoluzione crudele e disumana, insistono sull'episodio della resa spontanea del marchese de Launay, generale preposto alla sicurezza della Bastiglia, e della sua decapitazione a tradimento da parte della folla dei rivoltosi i quali bevono il suo sangue in segno di disprezzo:

[…] Launay redige frettolosamente un atto in base al quale accetta la resa della Bastiglia in cambio della promessa che non venga fatto alcun male alla guarnigione. […] L'episodio che segue è tristemente noto: la folla invade la Bastiglia, Launay è trascinato all'Hôtel de Ville, ripetutamente picchiato e massacrato a colpi di sciabola. La testa, tagliata con un coltello dall'aiuto cuoco Desnot, è portata per tutta Parigi su di una picca […] Qualcuno beve anche il sangue delle sfortunate vittime: «Atto discutibile, conclude il professor Jean Tulard, ma che diverrà una costante negli anni successivi e si affermerà come manifestazione di “civiltà” rivoluzionaria per le vittime di riguardo». (Escande 2008: 27, traduzione mia)

Secondo i Brancourt, la rappresentazione della Bastiglia come prigione di Stato e simbolo dell'assolutismo monarchico è una leggenda, un falso mito propagandato “ad arte” dai rivoluzionari e utilizzato in seguito dai liberali, dai repubblicani e dai socialisti allo scopo di esaltare le fondamenta e le radici dell'identità nazionale francese:

Un'altra ipotesi consiste nel descrivere la giornata del 14 luglio come un'insurrezione contro «l'assolutismo». La Bastiglia incarnerebbe secondo tale prospettiva il «simbolo del dispotismo». […] Michel Winock […] si esprimeva in questi termini: « […] La Bastiglia assunse allora tutto il suo significato emblematico: una prigione di Stato, dove erano state ridotte all'impotenza e alla noia le vittime dell'assolutismo regio, era stata forzata, aperta e liberata. Il simbolo sinistro della servitù non esisteva più». In realtà si tratta ancora di un falso mito sulla Bastiglia. Gli studi realizzati a partire dal XIX secolo mostrano che la Bastiglia è diventata un simbolo solo dopo gli avvenimenti: risulta quindi priva di fondamento la teoria secondo la quale alla base della cosiddetta insurrezione «spontanea» vi fu la rivolta contro un simbolo dell'assolutismo monarchico. (Escande 2008: 32, traduzione mia).

A sostegno della loro tesi, gli autori citano uno studio di Funck-Brentano del 1901, Légendes et archives de la Bastille, secondo il quale le condizioni di vita nella fortezza borbonica erano piuttosto confortevoli, mentre i rivoluzionari avevano propagandato e costruito l'immagine di una prigione dispotica nella quale venivano praticate torture indicibili:

La Bastiglia, nel luglio 1789, ospitava solo sette detenuti: quattro falsari, due matti e il conte di Solages, l'unico che si poteva considerare una «vittima dell'assolutismo» Un po' poco. […] E ancora, alla fine del XVIII secolo, il trattamento dei prigionieri della Bastiglia era decente, ma, al fine di legittimare l'insurrezione, bisognava propagandare di quella prigione l'immagine di una macchina di tortura orribile e ingiusta. (Escande 2008: 33, traduzione mia)

Il ridimensionamento della portata simbolica della Bastiglia non rappresenta, comunque, una novità. Si tratta di una posizione comune a tutto il filone della storiografia conservatrice e reazionaria al fine di depotenziare i principali “miti di fondazione” dai quali sono scaturite le rivoluzioni della storia moderna e contemporanea. Ad esempio, già nel 1992, l'opera di Vittorio Messori, Pensare la storia. Una lettura cattolica dell'avventura umana, descrive la caduta della fortezza borbonica con dei termini molto simili a quelli che saranno poi utilizzati nel libro di Escande, tanto che si potrebbe ipotizzare di annoverare l'opera dell'autore italiano tra le fonti principali del Livre Noir. Messori associa la presa della Bastiglia alle altre “prese” rivoluzionarie, come la breccia di Porta Pia, che segnò la fine del potere temporale ecclesiastico, o l'assalto al Palazzo d'Inverno, che diede avvio alla Rivoluzione leninista. In ogni caso, l'obiettivo rimane quello di demolire l'immaginario encomiastico e celebrativo di tali simboli:

Sette detenuti che sarebbe difficile definire «politici». Sette «perseguitati» assai improbabili. Eppure, è sulle loro miserevoli spalle che, da due secoli, grava il mito della presa della Bastiglia da parte del popolo parigino, con conseguente liberazione di prigionieri che sarebbero stati tragico simbolo dell'assolutismo monarchico. In realtà, i quattro falsari, i due matti e il depravato erano i soli ospiti della fortezza-prigione quando fu assalita, nella tarda mattinata del 14 luglio 1789. […] Sarà dunque bene vaccinarsi, una volta per tutte, con quei vigorosi antidoti alla retorica che sono ironia e senso critico, del tutto legittimi davanti al mix di ridicolo e di orrore che fu la vera «presa della Bastiglia». Si sa che ogni rivoluzione ha bisogno vitale di un «mito di fondazione» che, di solito, viene identificato in una «presa»: la «presa della Bastiglia», ma anche la «presa» di Roma per il Risorgimento, la «presa del Palazzo d'inverno» per il regime marxista-leninista in Russia. […] Il governatore della Bastiglia de Launay, invitati a pranzo i capi degli assalitori (e anche questo invito a mensa dà il clima dell'"epica giornata"), aveva ricevuto da essi la parola d'onore che, arrendendosi senza difesa, avrebbe salvato la vita sua e degli "invalidi", i vecchi soldati ai suoi ordini. Fu, invece, massacrato a tradimento. [...] Così, proprio in quel 14 luglio dell'anno primo della Rivoluzione, si apriva la diga degli orrori inenarrabili che sarebbero seguiti. Fu il primo sangue dell'onda che avrebbe travolto la Francia e poi l'Europa. (Messori 1992: 310-313)

Gli autori del Livre noir insistono particolarmente nel descrivere le sofferenze patite dai controrivoluzionari in prigione, spesso infarcendo i racconti con dei dettagli morbosi e strappalacrime allo scopo di diffondere la tesi secondo la quale gli ideali illuministi hanno in realtà portato allo scoppio di una Rivoluzione atroce e perversa. Nel testo, ad esempio, vengono approfondite in particolar modo e in ottica positiva le figure dei sovrani, i quali vengono riabilitati e raffigurati come dei “santi” monarchi riformisti e benevoli, vittime di una cricca di plebei atei e immorali [fig.3]. Ecco come il filosofo Henri Beausoleil descrive il commiato di Luigi XVI dalla sua famiglia nella prigione del Tempio il 20 gennaio del 1793, il giorno prima dell'esecuzione capitale:

[…] il re incontra la sua famiglia sotto lo sguardo inquisitore dei commissari appostati in una stanza vicina separata da un vetro finissimo. L'incontro si protrae per due ore. In quei momenti strazianti, Luigi XVI, rivolgendosi alla regina che si trova alla sua sinistra, a Madame Élisabeth che si trova alla sua destra e al delfino che è accanto a lui, mette al corrente la sua famiglia della condanna a morte. La figlia sviene. Il delfino corre verso una sentinella gridandogli: «Lasciatemi passare! Lasciatemi passare! Chiederò al popolo di non fare morire il mio papà-re». Devono separarsi; Luigi XVI promette che li rivedrà l'indomani mattina alle sette. (Escande 2008: 123, traduzione mia)

Il culmine viene raggiunto nel saggio di Jean Charles Roux, Passion et Calvaire d'un Enfant Roi de France, dove l'autore descrive in modo estremamente drammatico le sofferenze patite dal piccolo delfino di Francia durante la sua reclusione al Tempio. Anche in questo caso, la verità storica cede spesso al racconto e alla finzione letteraria. L'episodio tragico della separazione del piccolo dalla madre ne è un esempio:

Il 3 luglio, verso le dieci di sera, la regina aveva assistito all'irruzione di sei tipacci [...] nella stanza dove era stata confinata con Madame Élisabeth, Madame Royale e il piccolo. In tono e con piglio minaccioso, essi le lessero in modo grottescamente stentato un decreto dell'Assemblea la quale stabiliva che il figlio le doveva essere tolto e imprigionato in un'altra cella. Con tutto l'ardore anzi di più, con una forza [da leonessa] tipica di una madre che difende il figlio che ama, la regina aveva difeso per un'ora il piccolo, un bimbo di soli otto anni, e supplicato che si volesse lasciarlo alle sue cure. Ma quando, stanchi delle scene a cui assistevano, quelli […] l'avevano minacciata, se non avesse ceduto, di far montare la guardia per massacrare i figli davanti a lei, da madre dignitosa e prendendo come esempio il racconto di Salomone, tacque, soffocò i singhiozzi e si arrese. Ella andò dunque verso il letto dove era sdraiato […] il piccolo, e, assistita da Madame Élisabeth e Madame Royale, lo lavò, lo vestì e per un momento lo tenne davanti a sé per rivolgergli queste parole: «Figlio mio, dobbiamo separarci, ricordatevi sempre dei vostri obblighi religiosi […] e di vostra madre che vi ama». Poi lo abbracciò stringendolo con un'intensità che non si può immaginare e, prendendolo per mano, lo consegnò nelle braccia di quei tipacci massacratori e apostati […]. Non appena si allontanò, il piccolo re, riuscendo con la forza della disperazione a fuggire dalle grinfie dei suoi rapitori, le corse dietro per rannicchiarsi sotto la sua gonna e aggrapparvisi. Ma ella, staccandolo nel modo più dolce possibile, gli disse: «No, piccolo mio, bisogna ubbidire, bisogna farlo!» (Escande 2008: 163-164, traduzione mia)

L'autore prosegue e racconta, enfatizzando i particolari e i dettagli morbosi, le torture che, in cella, il ciabattino Simon inflisse al piccolo: [fig.4, fig.5]

Ai Simon piaceva farsi lavare i piedi dal loro piccolo prigioniero. Se […] l'acqua era troppo calda o la salvietta per asciugarli non lo era, Simon si divertiva a servirsi dei suoi piedi per tirare un calcio così forte al suo servitore regale da farlo balzare e rimanere esanime sul pavimento […] Quando il giovane commissario […] si fece aprire la porta della cella dove da otto mesi era imprigionato il piccolo Luigi, ciò che lui e gli altri che lo accompagnavano trovarono fu innanzitutto un odore così cattivo e malsano da fare quasi svenire, mentre il pavimento attorno era pieno di sporcizia, resti di cibo, escrementi in mezzo ai quali brulicavano vermi, formiche, ragni, topi, pulci e pidocchi. […] Quanto al piccolo re, egli non era che un piccolo corpo accasciato e riverso su un pagliericcio che fungeva da cuscino, vestito di stracci ripugnanti e lacerati, con i capelli divenuti come stoppa penetrata da vermi. (Escande 2008: 173, traduzione mia).

Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, Le Livre noir non si sofferma molto sulle stragi perpetrate nelle carceri all'inizio del settembre 1792, pochi giorni dopo la caduta della monarchia. In modo sintetico Ghisland de Diesbach annota: “Nella prigione de La Force cinquanta guardie svizzere vengono uccise mentre nello stesso momento viene assassinata la principessa di Lamballe.” (Escande 2008: 63, traduzione mia) Una descrizione più accurata dei massacri di settembre a danno dei preti refrattari [fig.6, fig.7] ci viene offerta da un'altra opera di ispirazione cattolica e conservatrice, La Rivoluzione francese e la Chiesa (1989) di Luigi Mezzadri, docente presso la Pontificia Università Gregoriana. L'autore ricostruisce gli eventi in tale modo:

Era il pomeriggio del 2 settembre. Si cominciò con un gruppo di venti detenuti condotti alle prigioni dell'Abbazia di Saint-Germain. Le carrozze su cui erano i preti destinati alla deportazione vennero fermate e fatte ritornare a Parigi in mezzo a una folla urlante. Tre preti vennero linciati mentre scendevano dalla carrozza. Altri diciassette, dopo un sommario giudizio presieduto dal sinistro Maillard, furono uccisi. Dalle 16 alle 18 avvennero i massacri del Carmelo. La folla fece irruzione nel giardino. […] La vittima veniva strattonata verso l'uscita dove trovava le baionette e le sciabole dei massacratori. Sulla soglia è stata posta questa iscrizione laconica: «Hic ceciderunt». Fra le vittime tre vescovi, quelli di Arles, di Saintes e di Beuvais. (Mezzadri 2004: 112)

Mezzadri, citando come fonte Les massacres de septembre (1935) di Caron, sembra attribuire la colpa di tale carneficina a Danton il quale, anche se non organizzò materialmente le stragi, comunque le favorì politicamente. François Adolphe Maturin de Lescure ci ha lasciato, invece, una testimonianza di come fu massacrata nella prigione di La Force la principessa di Lamballe [fig.8], dama di compagnia e intima amica della regina Maria Antonietta:

Non appena varcò la soglia della prigione, fu colpita da un colpo di sciabola alle spalle e subito il sangue sgorgò copioso. Due uomini la bloccarono con le braccia e la costrinsero a camminare sui cadaveri degli altri prigionieri. La sfortunata svenne ripetutamente e si ritrovò improvvisamente nel vicolo stretto che conduce da via Saint-Antoine alla prigione […] Quando, infine, fu talmente debole da non potersi rialzare, fu finita a colpi di picca su un mucchio di cadaveri. […] In seguito le furono tagliate la testa e le mammelle, il corpo fu sventrato e le fu strappato il cuore. (Adolphe Maturin 1864: 352; 362, traduzione mia)

Per quanto riguarda la carcerazione di massa, instaurata dal Terrore, Frédéric Rouvillois individua le ragioni di tale pratica nel programma totalitario e dittatoriale di Saint-Just. Nel Livre noir, e più specificatamente nel saggio Saint Just fasciste?, l'autore spiega che la pratica di imprigionare alla Conciergerie, alla Saint-Lazare [fig.9] e nelle altre prigioni un numero consistente di sospettati, che saranno quasi sempre condannati alla ghigliottina, risponde alla concezione e alla necessità di creare una repubblica “leviatana”, assolutista e virtuosa. Un obiettivo quest'ultimo che, secondo Saint-Just, si può realizzare solo attraverso l'epurazione e la purificazione dello Stato da coloro che, in qualità di sospetti, rappresentano una minaccia destabilizzante per la compattezza e l'autorità del governo rivoluzionario:

La repubblica assolutista a cui aspira Saint-Just non ammette nessuna separazione, nessuna divisione, nessuna impurità che possa alterare in qualche modo i suoi principi fondativi. Questo spiega la ragione per la quale, nel suo Rapporto sui carcerati (26 febbraio 1794), dichiara: «ciò su cui si fonda una repubblica è la distruzione totale di tutto ciò che le si oppone». […] Da qui nasce la necessità dell'epurare e del depurare: la Convenzione, l'esercito, la società e lo Stato; nulla deve essere risparmiato poiché «coloro che vogliono impedire alla repubblica di purificarsi non la vogliono in realtà corrompere? E coloro che la vogliono corrompere non vogliono in realtà distruggerla?» (Escande 2008: 190, traduzione mia).

Il Livre noir non accenna invece, ovviamente per ragioni ideologiche, ai massacri che ebbero luogo nelle prigioni della Francia meridionale dopo la caduta di Robespierre, laddove, a causa del Terrore bianco, centinaia di giacobini vennero trucidati dai monarchici.

Come anticipato, la pubblicazione dell'opera di Escande ha suscitato critiche molto dure da parte di diversi intellettuali, soprattutto Michel Vovelle e gli studiosi appartenenti all'Istituto di Storia della Rivoluzione Francese, i quali rifiutano di considerare il Livre Noir come un testo storico e documentaristico. Qual è, dunque, la posizione della storiografia classica e dell' école jacobino-marxiste sul ruolo delle prigioni durante la Rivoluzione?

Innanzitutto, per quanto riguarda la Presa della Bastiglia, Vovelle difende la teoria, duramente criticata dalla tesi revisionista, secondo la quale si trattò di un assalto spontaneo: “non esiste né preparazione né premeditazione, e l'improvvisazione e il momento contano ancora molto: nell'invasione della cittadella, infatti, equivoci, malintesi e ambiguità che si accumulano, e anche le esitazioni del governatore, giocano un ruolo da non sottovalutare.” (Vovelle 1999: 78) Riprendendo la posizione di Georges Lefebvre, il quale, negli anni Trenta, scrive che “i raggruppamenti del 1789 si sono formati dapprima, se non sempre per caso, come la folla pura” (Lefebvre 1989: 69), Vovelle ribadisce che l'assalto alla fortezza borbonica, “spettacolare entrata in scena della folla parigina” (Vovelle 1999: 75) rappresenta il punto culminante della Rivoluzione Francese e il simbolo della caduta dell'Ancien Régime. Già nel 1972, egli scriveva:

La storiografia conservatrice ha messo in burletta l'assedio di questa fortezza dell'Ancien Régime, in cui si trovavano soltanto otto prigionieri, pazzi o debosciati rinchiusi dietro richiesta delle loro famiglie... Ma ciò vuol dire non saper cogliere il senso stesso dell'azione. La folla imponente che si presenta davanti alla fortezza, mal difesa (da un centinaio di invalidi e di svizzeri) ma comunque temibile, è a caccia di armi. Il governatore Launay tratta con gli assalitori, ma una serie di malintesi conduce a una sparatoria micidiale per questi ultimi, poi all'assalto e, infine, alla resa. Fra gli attaccanti ci furono un centinaio di morti, de Launay e alcuni dei suoi uomini vennero trucidati dopo la vittoria. (Vovelle 1992: 138)

Dopo aver riaffermato il valore e la portata universale della presa della Bastiglia, Vovelle contesta alla tesi revisionista o di aver ironizzato sull'origine sociale dei rivoltosi, definendoli semplicemente come degli straccioni esaltati e ubriachi, o di aver nascosto il fatto che tra di essi vi erano anche molti piccoli borghesi, “solidi padri di famiglia, spesso residenti nel quartiere stesso della Bastiglia e la cui età media (34 anni) dà il diapason di quella che più o meno sarà la regola nelle giornate o nelle folle future” (Vovelle 1999: 78). In conformità con la teoria della dialettica storica marxista, lo studioso avvalora dunque la posizione che era già stata espressa da Lefebvre e da Soboul, vale a dire che la presa della Bastiglia rappresenta, anche plasticamente, lo scontro tra due ceti sociali:

Chi furono i «vincitori della Bastiglia»? Pochissimi borghesi agiati, ma certo non i «miserabili» che qualcuno ha detto: si trattava in prevalenza di artigiani e bottegai, e per due terzi di abitanti del Faubourg Saint-Antoine. Ma nel momento stesso in cui avviene, la presa della Bastiglia diventa molto più che un semplice episodio rivoluzionario; l'interpretazione simbolica dell'avvenimento, rapidamente elaborata, ne fa l'immagine stessa dell'emancipazione collettiva di un popolo. (Vovelle 1992: 138)

Molto più radicale la posizione di Hobsbawn che, in Le rivoluzioni borghesi (1962), evidenzia l'impatto senza precedenti della presa della Bastiglia sulla storia dell'umanità. Secondo lo storico inglese, l'assalto a quella prigione cambiò davvero e radicalmente il mondo, poiché esso fornì il modello a tutti i movimenti rivoluzionari successivi (si pensi, ad esempio, alla presa del Palazzo d'Inverno da parte dei bolscevichi) e anticipò le grandi correnti politiche dell'epoca contemporanea. Gli insegnamenti della rivoluzione francese, afferma Hobsbawn, sono infatti contenuti nel liberalismo, nel socialismo e nel comunismo moderni.

Per quanto riguarda i massacri di settembre, Vovelle rimprovera alla tesi revisionista la mancanza di prospettiva storica, vale a dire il non capire o il non voler capire le caratteristiche profonde della mentalità rivoluzionaria, propagandando la caricatura dei rivoltosi come dei folli assetati di sangue o morbosamente attratti dal fascino dell'orrido “dove si assiste alla cena cannibalesca del sanculotto, con teste, braccia e budella che traboccano dal pentolone e a ognuno il suo pezzetto”. (Vovelle 1999: 231) Secondo lo storico, le stragi perpetrate nelle carceri possono essere analizzate solo superando le categorie della paura, della folla e della violenza, vale a dire “le realtà collettive potenti” (Vovelle 1999: 97) ma in fondo irrazionali. In tale prospettiva, Le livre noir de la Révolution française non ha saputo cogliere il significato profondo di tali avvenimenti poiché ha ridotto i massacri di settembre a una semplice risposta a una serie di impulsi incontrollati e non li ha collocati nella prospettiva della storia della sensibilità alla morte. Contro la concezione della Rivoluzione-carneficina come risveglio della bestialità popolare, Vovelle scrive:

Facendosi coinvolgere dal linguaggio dell'epoca e dai suoi echi talvolta lontani, l'immagine distintiva del periodo rivoluzionario si identifica nel risveglio di una pulsione di morte collettiva […] così come è stata tramandata, e adoperata a tempo e a luogo, l'immagine della folla e delle sue violenze sfociate in carneficina (per esempio, nei celebri massacri di settembre 1792 nelle prigioni). […] Il Terrore ripudia il fascino torbido del sangue, almeno in principio, e nella continuità del pensiero illuministico utilizza la filantropica invenzione del dottor Guillotin come mezzo per abbreviare le sofferenze […] Ma il Terrore rappresenta anche una forma diversa di morte inflitta […] Operazione chirurgica necessaria, il Terrore rifiuta la finzione religiosa di un'ultima riconciliazione e rappresenta uno dei volti della nuova morte civica, il rovescio o il negativo della nuova morte eroica per la patria. A questo titolo, appartiene più alle anticipazioni che alle eredità provenienti dal passato. (Vovelle 1999: 230-231)

Senza nessun intento finalizzato a giustificare le stragi, Vovelle ricorda che la violenza nelle carceri servì, da un punto di vista storico, ad alimentare la Rivoluzione la quale, altrimenti, si sarebbe potuta spegnere presto. Questo spiega perché la borghesia rivoluzionaria non solo abbia teorizzato ma addirittura incoraggiato i massacri nelle prigioni:

I massacri di settembre 1792 e il cosiddetto «Primo Terrore» assumono il duplice carattere di apogeo di una violenza spontanea che viene però organizzandosi in tribunale popolare. La spaccatura che si crea allora nella borghesia rivoluzionaria si cristallizza in parte sul fatto che parte di tale borghesia non solo legittima ma addirittura teorizza la violenza: ricordiamo gli articoli di Marat che, sull' “Ami du Peuple”, giustifica e incoraggia una violenza popolare e insieme controllata come solo mezzo per salvare la Rivoluzione; è un'idea per lui non nuova e già espressa nel 1774 nelle Chaînes de l'esclavage, ma che si precisa nell'esperienza vissuta: «Dal fuoco della sedizione nasce la libertà». (Vovelle 1999: 93)

Secondo lo storico, dunque, la violenza rivoluzionaria, anche se spesso regredisce a delle ribellioni primitive e sanguinarie, non è mai insignificante (come sostiene, invece, la tesi revisionista), in quanto incarna sempre l'espressione di un profondo malessere sociale. Ed è in tale ottica che Vovelle spiega anche i massacri dei giacobini da parte dei monarchici, delle bande organizzate del Midi o delle compagnie di Jéhu, nelle prigioni della Francia meridionale.

Nonostante le evidenti divergenze tra l'interpretazione revisionista e quella marxista, vi è un aspetto comune sul quale le due tesi concordano, vale a dire la creazione, a partire dalla fine del Settecento, di un ricco immaginario su quelli che vennero percepiti come i miti fondatori della Rivoluzione Francese i quali, come abbiamo cercato di dimostrare, furono indissolubilmente legati ad una o più prigioni. Nel suo saggio In carenza di senso (2012), Alberto Castoldi evidenzia come la festa della Presa della Bastiglia e la celebrazione degli altri episodi significativi della Rivoluzione serva a ritualizzare gli atti creatori e a rivivere il processo di “riconversione al sacro in una prospettiva laica” di tale evento. L'alimentazione incessante di un immaginario e la ripetizione dei suoi eventi mitici funge da collante per una determinata società che trova in essi le ragioni della sua identità. In base a tale ottica, la tesi revisionista sa che per ridimensionare la portata e il significato della Rivoluzione francese è necessario demolire e de-costruire l'immaginario “fondativo” della Bastiglia e delle altre sue prigioni (e questo spiega, ad esempio, l'accanimento e la foga del Livre noir nel ridicolizzare l'assalto alla fortezza borbonica e nell'enfatizzare le atrocità commesse nel carcere del Tempio), mentre la tesi marxista è ben consapevole dell'importanza di alimentare ed esaltare tale immaginario, pur riconoscendo in esso una costruzione culturale finalizzata a garantire la compattezza e l'unità di una nazione intorno al suo atto creatore.

Jean Starobinski, nel saggio L'invention de la liberté 1700-1789 (1964), ritiene che Le Carceri (1761) di Piranesi e la distruzione della Bastiglia si configurino quali atti fondativi della civiltà contemporanea, immagini destinate a entrare nella memoria e nella coscienza collettiva di tutte le generazioni successive, testimoniando che la modernità nasce dalla prigione. Riprendendo e ampliando le riflessioni esposte da Marguerite Yourcenar nell'opera Le cerveau noir de Piranèse (1962), dove, secondo la studiosa, il carcere ideato dall'architetto italiano è una prigione mentale e immateriale nella quale immensità e segregazione, vuoto e schiacciamento, coesistono e si fondono, rendendo tangibile ciò che è invisibile e inenunciabile, vale a dire le catene della mente umana, Starobinski evidenzia come il diciottesimo secolo, dal quale è scaturita l'idea della libertà, si apra con la presa di coscienza dell'orrore carcerario e dell'ossessione per le prigioni. Che si tratti dei torrioni del marchese de Sade, scrive Starobinski, di racconti autentici o fittizi, o ancora di opere teatrali che denunciano l'arbitrarietà dell'inquisizione e dell'assolutismo, il tema del carcere riappare costantemente, ora come scenografia ora come orrore vissuto (Starobinski 2008: 172). E sono proprio Le Carceri di Piranesi che bene sintetizzano i due aspetti della prigione settecentesca indicati dallo studioso, vale a dire la scenografia e l'orrore vissuto. Riprendendo il giudizio espresso dallo storico dell'arte Henri Focillon, secondo cui l'architetto italiano approdò all'elaborazione delle Carceri mosso dai “moventi più segreti della sua natura, in quella sorta di oscuro ardore che attraversa gli avvenimenti della sua vita” (Starobinski 2008: 170), Starobinski sottolinea come l'opera di Piranesi esalti il genio edificatore dell'uomo ma con lo scopo finale di schiacciarlo e di distruggerlo. Un'analisi quest'ultima che era già stata proposta, oltre che da Yourcenar, anche da Henry-Charles Puech che, nella rivista d'ispirazione surrealista Documents del 1930, definisce Piranesi come il visionario dell'immagine più inquietante e moderna di un mondo schiacciato dalle sue costruzioni, dove l'uomo è definitivamente annientato e inghiottito da ciò che crea. Nelle incisioni delle Carceri d'Invenzione, la pretesa grandezza umana cede al soffocamento sinistro di grate e strumenti, di ganci e pulegge che creano un meccanismo infernale in cui il recluso si ritrova sottomesso agli apparecchi di tortura e alle macchine. Secondo Puech, il classicismo di Piranesi, profondamente influenzato dall'architettura della Roma antica, anticipa la concezione tipica del Decadentismo: l'uomo, all'inizio dominato dalla natura, lo è ora dall'arte, cioè da un universo di artifici puri. Le prigioni dell'architetto italiano sono dunque finalizzate al disprezzo dell'uomo, concepite con un'evidente volontà di crudeltà che considera le teste dei carcerati piccoli ornamenti trascurabili laddove invece trionfano le sole individualità degli strumenti di tortura e delle scale gigantesche. Puech sottolinea la tecnica inumana di queste incisioni: un'architettura labirintica e sotterranea, sproporzionata nelle dimensioni e nelle sue riproduzioni, che mira all'effetto di cancellare l'individuo e di condurlo al malessere, a uno stato ridicolo o sublime di vertigine che, per molti versi, anticipa alcuni elementi tipici dell'Esistenzialismo, come, ad esempio, la concezione della sofferenza quale parte costituiva della natura umana.

L'immagine della prigione settecentesca è dunque quella che esalta l'angoscia del prigioniero, imponendo alla figura umana una situazione, come la definisce Starobinski, esattamente contraria al sentimento che egli prova in presenza delle rovine: “Non aver dimenticato, ma essere dimenticato. Mentre i ruderi presuppongono un contemplatore inutilmente sveglio davanti all' «immemore memoria» delle pietre, le Carceri innalzano il sogno vigile di un edificio che centuplica le sue volte e le sue scalinate a spirale per significare al prigioniero che è dimenticato per sempre, tagliato fuori dalla comunità umana”. (Starobinski 2008: 172). E la stessa Rivoluzione francese, che, secondo lo studioso, si traduce nell'invenzione della libertà, nasce con la distruzione della fortezza di Stato. Il Settecento si apre con l'esaltazione di celle dall'atmosfera ancora medioevale, ultimi rimasugli di una monarchia assoluta che, ormai al tramonto, continua il suo inarrestabile declino e si chiude con l'assalto e la presa della cittadella borbonica: “E se il primo atto della Rivoluzione francese – la presa della Bastiglia – è la distruzione di una prigione, l'evento corrisponde senza alcun dubbio a un'immagine profondamente iscritta nella coscienza collettiva”. (Starobinski 2008: 172).

Una tesi, quest'ultima, confermata sia dalla “scuola” revisionista sia da quella marxista le quali si differenziano nettamente sull'interpretazione da attribuire agli eventi ma concordano sul fatto che la storia della Rivoluzione francese passa indissolubilmente attraverso quella delle sue prigioni.

BIBLIOGRAFIA

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- (1962), Le cerveau noir de Piranèse, in Sous bénéfice d´inventaire, Paris, Gallimard.